tradimenti
Una mattinata gaia
06.04.2026 |
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"Ma è brava a succhiarlo? Sai come diciamo? Per noi maschi c'è l’impossibilità neurologica di opporre resistenza alla sublime arte del pompino..."
Gaia era uno schianto, corteggiata da miliardi di ragazzi, e aveva dato a me una chance. Bevvi altro, poi altro ancora. Guardai l’orologio e vidi che il suo ritardo era ormai di mezzora. Sono Ciccio, all'epoca, avevo ventidue anni e frequentavo economia. Gaia era una mia collega."Ehi! tu? Aspetti qualcuno?" mi domandò una ragazza. "Sì… Anzi scusami ma devo andare". La ragazza mi guardò; si avvicinò e si chinò verso di me. Sussurrò poche parole, "Ma non ci vedo niente di male nel fare quattro chiacchiere. Ciao, io sono Serena."
"Ok. Serena, piacere. Vediamo se riesci a spiegarmi il tuo comportamento senza che io ti reputi una scocciatrice."
"Ok, sei proprio stronzo… dunque, per farti capire tutto devo parlarti di Gaia. Lei non può venire. È impegnata con... No! Non può venire e basta!"
Mi ritrovai con questa sconosciuta nella mia macchina. Volevo sapere dov'era e con chi era Gaia.
Serena mi parlava, le labbra a pochi centimetri di distanza dalle mie, le mani intrecciate. Sperai con tutte le mie forze che accadesse qualcosa perché quella ragazza proprio non mi piaceva; o meglio, non la trovavo brutta, era una gran fica, ma non avevo nessuna voglia di farci sesso. Lei intanto si era protesa verso di me, dopo essersi sbottonata la camicetta da cui era sbucato fuori un seno prorompente, palpitante; anche piacevole, volendo.
Serena mi aveva afferrato la mano e se l’era messa lì, su quella calda mammella. Il capezzolo era turgido, il resto morbido. Ma non era il corpo di lei a inibirmi, era il non sapere nulla di Gaia. Mi baciò. Non avevo nessuna voglia della sua bocca. Al limite potevo prenderla per i capelli e possederla da dietro, a lei sarebbe piaciuto. Ma non vi fu necessità di farlo. Fu lei a scostare la bocca da quella mia e a scendere col viso sino al mio inguine, per poi sbottonarmi lentamente i calzoni, aprire la cerniera e cominciare a lavorarmelo con estrema dolcezza.
Chiusi gli occhi e lasciai fare. Nella mia testa cominciarono a suonare le note di Bocca di Rosa e un ragionamento prese forma con tale intensità da sembrarmi il titolo di un trattato scientifico: dell’impossibilità neurologica per i maschi di opporre resistenza alla sublime arte del pompino. Pensai alle labbra di Gaia. Feci appena in tempo a venire, che il mio telefono squillò. "Ti devo parlare, Francesco. Adesso. Subito." Era Gaia.
"Ma dove sei?" Troppo tardi. Aveva riagganciato.
Come se non bastasse, l’immagine di Serena che ciucciava le ultime gocce dal mio cazzo, aveva smosso qualcosa dentro le mie viscere, qualcosa che non volevo scandagliare, qualcosa che non era assolutamente il caso di capire.
Alcuni minuti prima, in un altro luogo, la ragazza osservò le mani dell'uomo che scivolano sui suoi fianchi. L’ombra che facevano, che si allungava e si ritraeva in maniera inversamente proporzionale alla lontananza tra la sua pelle e quella di lui. Quando diventarono una cosa sola, capì che non ce l'avrebbe fatta a tenere a lungo quel segreto. Ovviamente, vietato a...
Sentì le dita e le mani a cui appartenevano. Chiuse gli occhi e decise di non pensare e di farsi guidare dall’istinto, e l’istinto glielo spinse in gola.
Iniziò come sapeva fare.
Tuttavia, la sensazione all’interno della sua pancia prese una deviazione pericolosissima. Da giorni le capitava di soffermarsi su dettagli di Francesco, tentando di codificare perché ogni cellula del suo corpo e della sua testa fosse così attratta da quell’amico misterioso con gli occhi chiari.
Succhiò senza rendersi conto se a lui stesse piacendo. Stava pompando ossessivamente da circa mezz’ora senza aver placato in nessun modo quell’ansia e quella rabbia che la stavano letteralmente divorando.
Lui imprecò. "Cazzo! Ma che hai? I denti... mi hai morso."
Lo guardò abbastanza contrariata. Quante volte Francesco le aveva confidato dell’impossibilità neurologica per i maschi di opporre resistenza alla sublime arte del pompino? Di che cazzo si stava lamentando questo deficiente?
Lui fece un sospiro rumoroso. Le mise una mano fra i capelli e spinse piano.
Stesa a terra senza troppa voglia o forza di ribellarsi, lei smise di combattere la sua battaglia personale col pensiero a Francesco. Il suo istinto e il suo carattere la portarono a fare quello che aveva sempre fatto. Succhiare. Lasciare indietro i problemi. Succhiare più velocemente. Non affrontarli, i problemi. Fece tre respiri e chiuse gli occhi. E vaffanculo.
Erano le 12.30. Maledissi Gaia un’ultima volta, dedicando anche a Serena una breve serie di insulti, e mi recai all'appuntamento che mi aveva imposto. Una volta entrato cercai di non posare lo sguardo su nessuno in particolare, fissandolo su di lei. Mi sedetti. Alla mia domanda assolutamente temeraria, se non suicida, su dove fosse stata, e soprattutto con chi, ovviamente Gaia mi rispose seccamente di farmi i beneamati fatti miei. "Francesco, io ti chiedo, tu esegui. E impara a non contraddirmi e a farti i cazzi tuoi sul perché e sul per come io decido di fare una cosa. Se mi servono autorizzazioni le chiedo ai miei genitori, la cosa non ti deve riguardare. Tu devi solo fare quello che ti chiedo. In fretta e senza pensare. E non voglio sentire una parola di più." Le risposi col silenzio, "Ma va fan culo".
Mi fu chiaro che indagare non avrebbe portato a nulla. Ma l’importante era raggiungere lo scopo, il resto non era un problema: volevo sbattere a terra chi aveva osato mettere le mani addosso a Gaia. Un donnaiolo della peggiore e infima specie. Sostanzialmente, una merda. Più ci pensavo, più la rabbia mi montava.
Nel silenzio che seguì il rimprovero di Gaia, soppesai e mi convinsi della probabilità che fosse stata aiutata da altri. A questo punto le domande erano quanti e chi. Magari, Valentina, Fausto... Giacomo.
"E ora, Francesco, fammi il piacere di accompagnarmi, che più tardi ho un appuntamento e voglio sbrigarmi il prima possibile."
Gaia Bellafregna, di Vagli Sopra, frazione di Vagli Sotto, in provincia di Lucca, di anni ventidue come me, si era ricomposta e mi guardava con occhi di ghiaccio.
Osservando quei bellissimi occhi lucidi mi incupii ancora di più. Gaia parlò ancora.
"Tranquillo, Francesco, ti spiego tutto. Sarò sincera. Te lo ripeto, fai quello che ti chiedo. In fretta e senza pensare" mi disse, toccandomi una spalla.
"Esco perché me l’ha chiesto Mariano, il mio collega, mi ha detto che è stato lasciato e che ha bisogno di una mano. Che dovevo fare? Ho pensato che una mano gliela posso pure dare."
Ancora scosso per quelle parole, mi alzai, uscii dal locale e mi diressi alla mia macchina. Gaia mi seguì un passo indietro. Avrei dovuto prevedere la sua prossima mossa. Feci un lungo respiro ed entrai nell'auto.
Lei aprì lo sportello dietro, dal lato del passeggero, e si sedette con un sorriso accennato a un angolo della bocca. Incrociò il mio sguardo attraverso lo specchietto retrovisore. Io avviai il motore. ""Destinazione?", le chiesi.
"Tu dove credi?" mi rispose.
"Gaia, io non credo più a niente. Cioè, mi si confonde tutto in testa, anche questo nuovo tassello, Mariano. Più di ogni altra cosa, però, mi importa averti al fianco. Mi bastano questa vicinanza e questo calore, e il tuo sguardo di ghiaccio che, incredibilmente, riesce a scaldarmi." Gaia non mi rispose immediatamente. Continuò a guardarmi. Poi, fu tempesta. Fu dura, fredda come i suoi occhi,
"Ti importa avermi al fianco. Ti basta la mia vicinanza e il mio calore." Mi prese il collo da dietro. Strinse. "Esci dalla città. Portami nelle campagne. Sei geloso e sei un bastardo..."
Lasciai il volante, cercando di liberarmi, "mi stai facendo male... io bastardo? E te, dove cazzo eri? Con chi cazzo eri?" urlai.
Gaia mi lasciò il collo. Appoggiò la schiena al sedile. Sorrise. "Dov'ero io? Con chi ero io?" mi guardò, fredda, "Serena..." disse, "... ti ha fatto davvero un bel lavoretto...
Sai da chi ha imparato?... Sai chi le dava qualche suggerimento mentre.... faceva pratica?" Rise, "... o chi l'aiutava a... trovare le posizioni più comode?"
Mi colpì da dietro. Uno schiaffo secco sulla nuca. "Io, però, devo dirti cosa faccio, con chi.... NON SONO CAZZI TUOI!" sospirò, "...ora mi sento in dovere di dare una mano al mio collega. L’ho percepito così in difficoltà che mi è venuto istintivo accontentarlo..."
"... Ma mi vuoi prendere in giro?" le urlai, "... lo sappiamo bene dove vuole la mano... La mano... la bocca, magari pure il culo ti chied... Ahi! Mi fai male!"
Gaia aveva iniziato a tirarmi i capelli. Stavo perdendo il controllo della macchina, che iniziò a sbandare. Pochi secondi dopo, il lampeggiante di una volante e due colpi di sirena riportarono la calma dentro l'abitacolo. Accostai.
I poliziotti si presentarono. Mi sembrò una cosa davvero strana. Agente Dolce Sebastiano. Agente Nello Manganello, Agente scelto Gustavo La Passera e il Sovrintendente Primo Della Ficarotta.
Ebbi subito l'impressione che l'agente scelto avesse preso di mira Gaia. Un palestrato, biondo con gli occhi chiari. Avrà avuto ventisette, ventotto anni. E, per quello che traspariva sotto i pantaloni, di manganelli ne teneva due. Ci divisero. Il biondino e il sovrintendente accompagnarono Gaia nella loro volante, la fecero salire e scomparvero alla mia vista. Vidi solo la volante partire di scatto. Tentai di andare alla mia macchina, ma quelli rimasti con me, mi bloccarono per le braccia.
"Ma che fate?.... Dove la portano?.... Non ha fatto nulla!"
Risero fra loro. Poi, il più anziano parlò, con la voce di quelli che ti stanno sfottendo, "Tu devi stare tranquillo. Te la riportano. Tranquillo. Se il sovrintendente ha portato via la tua ragazza, vuole dire che serve una perquisizione minuziosa.... Volevi che la facesse in mezzo alla strada?.... Se la tua ragazza non ha fatto nulla... allora non devi preoccuparti. Ora stai tranquillo.... Quando torneranno, il collega ci dirà di sicuro cosa avrà fatto la tua ragazza.... Senti, mi stai simpatico. Ma è brava a succhiarlo? Sai come diciamo? Per noi maschi c'è l’impossibilità neurologica di opporre resistenza alla sublime arte del pompino."
Respirai profondamente per scacciare quelle parole, il pensiero di Gaia, in ginocchio, tra quei due.
Quello continuava a parlarmi, ma io ero sordo. Non sentivo più nulla, " ti sei completamente rimbecillito, fratello, tra Mariano, Fausto, Corrado e Nicolas. Troppo cuore, e non si ragiona con il cuore. Torna alla testa, Ciccio: testa, testa, testa.” Mentre mi ripeteva quelle parole, iniziai a percepirle. Cosa mi stava dicendo? Ma chi era? Perché mi chiamava Ciccio? Ero annichilito.
"... Ciccio, io queste cose non dovrei dirtele, anzi. Non dovrei neanche saperle. Però tu sei, diciamo, un incidente di percorso di una ragazza che si è fatta prest... Ciccio, io non sono nella posizione di fare la morale a nessuno, ma un consiglio voglio dartelo. Non difenderla. Ascoltami, segui i miei consigli. Così ne uscirai prima. Ciccio, te lo dico per la seconda volta, salvati. Pensa a te stesso e al tuo futuro."
Che cazzo mi stava dicendo? Però, non rimasi zitto. "Chi cazzo sei non lo, ma hai ragione. Ma sarei pronto a rinunciare a tutto. Tutto. E sai per cosa? Per una speranza, mi basterebbe solo la speranza di capire. Ogni volta che Gaia se ne va ho la tentazione di seguirla e scoprire qualcosa della sua vita, ma poi mi do del maniaco ossessivo."
Eravamo rimasti lì. Io e quei due che tutto mi sembravano tranne che poliziotti veri.
Passò tempo, forse un'ora, forse più, quando vidi con la coda dell’occhio la volante che parcheggiava a poca distanza da noi. Valutai immediatamente tutte le possibilità.
Vidi il sovrintendente scendere dall'auto, sorridere spontaneo e raggiungerci, aggiustandosi gli occhiali. "Allora, che ci devi dire?" Quello meno giovane lo accolse così, con un tono da interrogatorio, perché, compresi, non avrebbe sopportato un istante di convenevoli prima di arrivare al punto.
Il sovrintendente prese tempo, si preoccupò che anche Gaia scendesse dall'auto, aggiustò nuovamente gli occhiali e poi la guardò intensamente.
"Vorrei riferire di quello che è successo tra noi..." Fu interrotto dalla mia voce, stridula.
"Gaia! Dimmi a che gioco stai giocando." Gaia sperimentò varie gradazioni di rosso sulle guance. Si vergognava perché avevo ragione. Il suo comportamento, non supportato da alcuna motivazione, era assolutamente incoerente. Era una pazza, in altre parole. Ma che diritto avevo di fare certe domande?
Il sovrintendente decise di replicare con un tono noncurante. "Ciccio, hai ragione, è stato un gioco. Non te la prendere, scusa. Andiamo tutti a bere qualcosa senza troppe fantasie.... Anche perché, a questo punto l'unica dissetata Gaia è."
Lo sguardo di Gaia si incrociò col mio in maniera ambigua, ma entrambi li riabbassammo. Dietro i sorrisi di circostanza si percepì una sorta di esitazione, un non detto. A un certo punto, Gaia si avvicinò e mi diede un lungo bacio. Sapeva di amaro. Mi scostai da lei.
Uno degli agenti mi lasciò il loro bigliettino da visita. Lessi, "Hen Party - Clothed Female, Naked Man"
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